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La crisi uccide, politica faccia presto

Di crisi si muore. Ce l’avevano già detto gli imprenditori martirizzati in nome del pareggio di bilancio statale, ora anche due anziani marchigiani, marito e moglie legati per la vita e nella morte, scelgono di andarsene per sempre in silenzio dalla terra che non è più patria ma cinica matrigna.

Mentre la cronaca nera si compone di simili tragedie – che oramai non fanno più clamore, stante la frequenza – la politica italiana non riesce ad uscire dalla palude nella quale è invischiata. L’unica cosa che è stata in grado di fare questo Parlamento, per ora, è stata l’elezione dei presidenti di Camera e Senato (propinatici come espressione della società civile) che, senza un governo degno di questo nome, servono a ben poco, costringendo l’Italia a navigare a vista, come una nave senza comandante, troppo fragile per affrontare il mare in burrasca e il cielo senza stelle. L’equipaggio, alias popolo, è stremato; non ha più fiducia negli ufficiali, non vede possibilità di scampo e spesso preferisce gettarsi in mare. Come ha fatto il fratello della donna marchigiana, ucciso dalla disperazione e dal dolore.

Se solo il ceto politico vivesse una catarsi generale; se con un impeto di coraggio, responsabilità e generosità si mettessero da parte tatticismi e faziosità, la politica riacquisterebbe credibilità e il popolo italiano riconquisterebbe la fiducia in sé, speranza nel futuro e il senso di sicurezza che le istituzioni dovrebbero dare. La rotta è impervia ma è l’unica via.