Secondo i numeri diramati dall’ISTAT nel giugno di quest’anno, 6 milioni 788 mila donne hanno subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Due terzi delle donne oggetto di violenze, secondo l’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali, non hanno denunciato alcunché. Numeri che fanno riflettere su quanto la violenza di genere sia, al giorno d’oggi, un fenomeno sempre vivo all’interno della nostra società.

La violenza di genere può assumere vari connotati: i più frequenti e riconoscibili sono la violenza fisica e sessuale, che ha il fine di terrorizzare e creare una sensazione di impotenza nella vittima più debole; la violenza psicologica, caratterizzata da attacchi verbali, intimidazioni, insulti, volti a convincere la donna, oggetto dell’abuso, di “non valere nulla”; la violenza economica, che si sostanzia nella limitazione o nella negazione all’accesso delle disponibilità finanziarie familiari, nell’impedimento o boicottaggio dello svolgimento di un’attività lavorativa/professionale; lo stalking, consistente in uno o più comportamenti messi in atto dalla vittima, solitamente oggetto di rifiuto da parte della donna, volti a molestare quest’ultima, farla sentire non libera e perennemente osservata. Il luogo dove più spesso queste tipologie di violenza si manifestano sono le mura domestiche. La violenza domestica, da parte di chi viene messa in atto, ha uno scopo ben preciso, ovvero il dominio e la prevaricazione sul partner, attraverso l’attuazione di violenza fisica, sessuale, psicologica ed economica.

Alcuni psichiatri definiscono il problema come culturale: in passato, infatti, la violenza fisica come modalità educativa, la violenza sessuale su donne della famiglia e la “cultura del segreto”, erano fatti ineludibili e accettati dalle donne, pena l’esclusione dal nucleo familiare. Questa prassi veniva tollerata dalla donna, anche per una questione di mancanza di tutela da parte dello Stato e delle istituzioni in generale. Nel 1983 la senatrice indipendente Giancarla Codrignani faceva un atto di pubblica accusa nei confronti di tutti i deputati maschi italiani, accusati di snobbare se non proprio di boicottare il tema della violenza di genere affermando che “Si può uccidere per errore al volante di una macchina, ma lo stupro è tra i delitti quello che certamente non è mai colposo, mai involontario”. La senatrice ravvisava più che “cecità storica” e incomprensibile arretratezza giuridica, un vero e proprio caso di omertà. Solo nel 1995 alcune deputate donne decisero di superare l’ostacolo, riunendosi senza distinzioni ideologiche e preparando un testo unico: la legge 66/1996, che per la prima volta classificava il reato di violenza sessuale come crimine contro la persona, venne approvata con 339 voti favorevoli, 39 contrari e 15 astenuti.

A livello internazionale l’ONU – l’Organizzazione delle Nazioni Unite – con la risoluzione 48/104 del 20 dicembre 1993, riconosce la necessità di una universale applicazione alle donne dei diritti e dei principi con riguardo all’uguaglianza, alla sicurezza, alla libertà, all’integrità e alla dignità di tutte le persone umane. La Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne del 1993 segna un passo fondamentale per i diritti delle donne, in particolare all’articolo 3 recita:

Le donne hanno il diritto ad un uguale godimento e garanzia di tutti i diritti umani e le libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale, culturale, civile o in ogni altro campo”.

Ancora oggi, il problema del miglioramento delle leggi contro la violenza di genere è all’ordine del giorno di tutti i parlamentari dei maggiori stati europei: rispetto al passato, anche recente, sono visibili passi avanti. Emergono, sempre secondo i dati ISTAT di giugno 2015, importanti segnali di miglioramento rispetto all’indagine precedente: negli ultimi 5 anni le violenze fisiche o sessuali sono passate dal 13,3% all’11,3%, rispetto ai 5 anni precedenti il 2006. Ciò è frutto di una maggiore informazione, del lavoro sul campo, ma soprattutto di una migliore capacità delle donne di prevenire e combattere il fenomeno e di un clima sociale di maggiore condanna della violenza.

Ci auguriamo che quest’ultimo dato dia la spinta necessaria alle istituzioni, affinché la lotta alla violenza continui ad essere al centro dell’agenda politica. I risultati ottenuti negli ultimi anni, infatti, non sono casuali, ma sono stato il frutto di numerose campagne sociali ed istituzionali volte all’estinzione del problema. La regressione di tale fenomeno è garantito se vengono cancellati i tanti tabù che avvolgono il sesso, i quali da una parte incoraggiano gli inclini alla violenza, dall’altro dissuadono le stesse vittime dall’esigere giustizia.

Il MODAVI Onlus continua imperterrito la sua battaglia in questo ambito; a settembre, infatti, è partito il progetto FARO, con il quale si intende realizzare un percorso multi-dimensionale per la tutela delle donne ed il contrasto della violenza correlata, attuando un piano di intervento efficace che si propone di divenire una buona prassi nazionale, in grado di focalizzare l’attenzione sul fondamentale ruolo della prevenzione nell’ambito del contrasto al fenomeno della violenza e del conseguente sostegno.

La protezione e il sostegno alle donne vittime di violenza, sono favoriti mediante il potenziamento del lavoro di rete tra enti pubblici, privati e terzo settore. Al fine di contribuire ad un’adeguata protezione delle vittime, è necessario un intervento multidisciplinare supportato dalla presenza di psicologi, psicoterapeuti, avvocati, medici e operatori sociali. Tali interventi, realizzati in strutture territoriali atte all’accoglienza delle vittime, richiedono una capillare azione di informazione.  

Pertanto, tale iniziativa è denominata “FARO” in quanto il faro si caratterizza come punto di riferimento possente che sfida le forze della natura nel buio della notte e brilla in tutte le direzioni per segnalare un porto sicuro. Dunque, FARO come metafora di luce, sostegno direzionale, guida nel cammino delle avversità e supporto costante nel buio.

La strutturazione delle attività progettuali quindi, parte da queste premesse e si esplica mediante le seguenti macro-azioni:

  1. attivazione di un percorso di mappatura territoriale in 20 province italiane in 16 regioni;

  2. realizzazione di azioni di prevenzione del fenomeno negli Istituti Secondari di Primo e Secondo Grado di 10 province italiane;

  3. attuazione di interventi di sostegno alle vittime, attraverso l’avvio di un Servizio di Consulenza e Sostegno per la tutela delle donne e contrasto della violenza correlata in 5 provincie italiane e l’attivazione di  un Servizio di supporto on-line “FAROLive” in quanto primo sostegno offerto da un esperto.

Nella programmazione delle attività progettuali sono state coinvolte 21 Associazioni affiliate operanti nei territori provinciali di riferimento e, inoltre, sono state promosse numerose collaborazioni con gli Enti locali e gli Istituti Scolastici che hanno espresso manifestazione di interesse all’iniziativa impegnandosi a supportare il progetto in fase di attuazione. Tale rete garantirà l’attivazione di una progettualità  tesa a offrire un forte contributo alla risoluzione della problematica sociale di riferimento.